Racconto
La marea del girasole nero
Racconto premiato con il Premio speciale MMAB al Premio letterario nazionale «Il pane e le rose» (Montelupo Fiorentino, 2022).
Negli interminabili campi di fiori si nasconde spesso una specie innocua, quella del girasole, giallo come il Sole di cui è profondamente innamorato. Da tempi immemori, questo fiore vive ruotando ad esso, e, una volta raggiunta la maturità, dimostra la sua più cara amicizia fermandosi ad Est, nella continua attesa dell’alba. Così, per millenni, il girasole ha anticipato il Sabato dei poeti immortali, sedendo nel campo attorno ai compagni con cui, durante il periodo di buio, attendeva sofferente l’epifania del Sole. Lungo uno di questi campi, correva sempre un’interminabile strada, di color nero, simile alla pece, e di una aridità rovente, scissa longitudinalmente da due strisce di un giallo sbiadito, e che nessuno, né del paesello più prossimo, né delle ville sulle quali si affacciava a mo’ di promontorio, era mai riuscito a ricondurre ad una precisa destinazione, a tal punto da aver indotto gli uomini, già dai tempi più remoti, a dubitare dell’esistenza di tale meta.
A percorrere questa strada con il furgone della compagnia, sia Luna che Tristano ci avevano fatto il callo, e così nessuno dei due prestava più attenzione al paesaggio che li accompagnava per tutto il tragitto, preferendo piuttosto perdersi in fiumi di parole.
“L’ultima volta ho tagliato così tanti pomodori… non me ne capacito, Trista’. Eh… sì, ti dico… ne ho colti assai, ma alcuni li ho proprio dovuti lasciare, non mi rimanevano in grembo, ti dico! E spero bene che il padrone non se ne accorga…” – disse Luna.
“E che se ne accorge? Non vivesti un giorno che non fosse ricco di pomodori, Luna, ché i pochi giorni in cui non lavoravi sono ormai dimenticati. Io di pomodori, ogni giorno, lo sai bene, non ne colgo più di trenta, e se vado oltre, cosa che succede assai raramente, mi fermo, mi siedo e rifletto: per chi colgo? Così mi perdo nella mia alienazione e mi stanco persino del mio mal di vivere… siccome concludo che non abbiamo mai vissuto.”
E se la strada era un fiammeggiante carbone, altrettanto era divenuto di colpo lo pneumatico del furgone, il cui scoppio, quasi come per coincidenza, echeggiò a mo’ di coda musicale della riflessione di Tristano.
“Dannata fortuna… sempre così… ed oggi è perso! Perso, vi dico! Scendete, scendete!” – disse il padrone, dopo aver accostato il furgone al ciglio della strada.
“Eh! Ma si aggiusta, si aggiusta!” – cantilenò Luna.
“Che si aggiusta? È scoppiato, scimunita. Lu’, fammi un favore, chiama compa’ Tristano e accompagnalo verso quella discesa là, dove vedo le scale. Si intravedono delle ville, e potranno aiutarci in men che non si dica. Forza, su, forza!”
Pertanto, discesi dal furgone tutti e tredici i contadini del padrone, Luna chiamò Tristano, che, già in moto per raggiungere le scale, non tardò a voltarsi.
“Sì, ho sentito il comando, Luna. E tu che fai, aspetti qui sopra? Guardati le spalle, a me pare un po’ pericoloso… No, non dico la strada, dico il padrone. Lo sai bene che odia vederci fermi, e che detesta le perdite di tempo… Al di là del muretto che accompagna la strada c’è un campo di pomodori, ed appartiene sicuramente ad uno dei montanari di questa zona. Non dico di alleggerirgli troppo il raccolto, ma qualcosa per intrattenerti potresti farla… Non per te, per il padrone, come abbiamo sempre fatto. Non aspettarmi, ché svuoterò più di una clessidra prima di risalire… E togliti la frangia da davanti agli occhi, lo sai che ci stai meglio, e immagino che così potrai vedere tutto più chiaramente” – disse Tristano.
“Trista’, ché non ci vedo già? Il campo lo conosco assai bene, dopo averlo mirato per quattro anni… o cinque, non ricordo, giacché potrebbero anche essere di più. Insomma, lo sai: lo conosco bene. E se colgo qualcosa è per me, più che per il padrone, perché, così facendo, oggi mi proteggo dalla sua ira, e potrò già pensare a domani. Ora vai, ci ricongiungeremo dopo.”
Non passarono molti istanti che Tristano aveva già raggiunto le scale, e così iniziò a discendere verso le ville in riva al mare. Nel frattempo Luna poté avvicinarsi al campo di pomodori che Tristano, con tono saccente, le aveva indicato nonostante sapesse bene, come del resto tutti nella compagnia, che Luna fosse una lavoratrice instancabile e che perciò risultasse più probabile che fosse un campo a non avvistarla, piuttosto che lei a non scorgerne uno.
Erano lo scarso affetto dei genitori ed il desiderio di rivincita che avevano destinato Luna al lavoro, e nessuno nella compagnia si ricordava di un tempo in cui ella non fosse stata china nei campi. Difatti, Luna non aveva mai trascorso la propria adolescenza in un luogo che non fosse ornato di frutti e di fiori ed i libri li aveva abbandonati non appena aveva potuto.
Sua madre l’aveva raccomandata al padrone per garantirle una migliore educazione – e che educazione quella del campo! – con mezzi che non le aveva potuto o, come diceva lei, voluto concedere, e questi, sicuramente per favorire la crescita di Luna, aveva accettato senza sforzo. E così Luna non aveva conosciuto che la zappa e l’ascia, ed il dolce mattino della rugiada ed il tristo tramonto del ritorno a casa.
Un giorno il padrone l’aveva sorpresa a piangere nascosta tra le piante di un ulivo e subito le aveva ordinato una spiegazione. Ella rimpianse, davanti al sovrastante, di non aver prestato sufficiente attenzione durante la fase di potatura dell’ulivo, dal quale aveva fatto inavvertitamente cadere un ramoscello, risultato di secoli di crescita. Allora il padrone, intimorito dall’avida operosità della ragazza, aveva finto di rimproverarla e le aveva ordinato di attendere un’ora dopo il tramonto prima di andarsene. Così egli non poté fare a meno di esplodere in un fugace grido di stupore quando Luna, ringraziandolo per aver dimostrato così tanta pietà, gli promise che non avrebbe mai abbandonato i campi prima della mezzanotte. In seguito a tale episodio, il padrone iniziò a vantarsi nelle osterie: “Oh, che lo sapete chi c’ho io nei campi? Un Sant’Isidoro Agricola… non prega, eh, ma compensa con il lavoro, quella femmina… che tempi!”.
E così, con questo stesso spirito, ella si era avvicinata al campo ed aveva iniziato a cogliere i primi pomodori. Si era però quasi spaventata e sorpresa quando, dopo aver levato il capo, aveva intravisto, oltre il campo di pomodori, un campo di girasoli. Per la prima volta, dopo tanto tempo, percepiva dello stupore nell’ammirare un tale dipinto georgico, e non poteva fare a meno di descriverne i fusti e le corolle solari e di decantare l’armonia dei petali riscaldati dal Sole, verso cui erano indirizzati.
“Girasoli… cari girasoli… io sono come voi, ubbidiente: non ho vissuto un giorno della mia vita senza stare accanto al mio Sole, ossia il mio lavoro, e così ho sempre vissuto; e come voi, dal mio lavoro vengo riscaldata, ed ogni giorno attendo il mattino per levarmi dal letto e lavorare, lavorare… Ho sempre vissuto, come voi…” – sussurrò dolcemente Luna.
“Tristano prima pareva cupo, e così mi ha fatto un dispetto. Dubitare della nostra vita dedicata al santo lavoro? Cose da poeti come solo lui. Io sono un girasole, un ubbidiente girasole, e la mia esistenza è volta al lavoro, con cui mi sveglio e mi assopisco, cosicché non mi si potrà mai dire che non ho mai vissuto, dal momento che solo non lavorando non si vive”.
Dialogando con i suoi compagni fiori, Luna aveva ceduto alla gola, e così aveva trascurato i suoi pomodori per cogliere i girasoli che più l’aggradivano. Nascosto dalla luce, vicino ad un muretto, però, stava un girasole che Luna giurava di non aver mai visto: un girasole nero, che, pur sembrando appassito, non dava accenno a morire.
“E questa storia che mi significa? Un girasole nero, nero! Un girasole che continua a vivere senza luce! Che storia è mai questa? Dov’è il suo Sole?” – echeggiarono le parole di Luna.
E così, senza indugio, Luna scavò il fiore sradicandolo e levandolo dalla terra, nell’avido desiderio di ricercarne un Sole. Non scoprendone tuttavia alcuno, né qualcosa che potesse oltremodo somigliargli, ella s’accontentò di tenere in mano quello strambo fiore e di osservarlo attentamente.
“Insomma, girasole nero, sembri non risplendere di alcuna luce. E che ti fa vivere? Non ti capisco… lo sai, io sono Luna, e così risplendo del Sole… ma te, te cosa rifletti?”
Ammutita senza alcuna risposta, Luna si voltò per ritornare ai suoi pomodori, finché non avvertì in lontananza il suono di uno sparo. Così, colta dal panico e dalla paura, ella si mosse per fare al più presto ritorno al furgone, non prima di aver preparato ermeticamente la sacca dei pomodori, nella quale ella fece inavvertitamente cadere il girasole nero.
“Oh, Isidoro, che c’hai portato? Pomi? No, pomodori! Muoviti, corri, avvicinati, e dammi codesta sacca che la monto per tempo sul furgone. E poi cerca quel tuo amico poeta, compa’ Tristano, ché mancherebbe solo lui della compagnia. Vai a vedere se poi non si è perso in qualche dissertazione con i porci di questa zona… Tanto di questa zona saranno tutti in villeggiatura, e pertanto pronti a non faticare” – disse il padrone levandosi dal muretto al quale si era appoggiato.
E sebbene non vi fosse un individuo al mondo che avesse un benché minimo ricordo di un tempo in cui il padrone non lo si dovesse temere come tale, nessuno della compagnia era riuscito a trattenere un sorriso quando questi, non riuscendo a nascondere la propria goffaggine, aveva rovesciato inavvertitamente il carico dal sacco di pomodori. E così, come si usa sparare per aria per chetare uno sciame di voci, il padrone decise di sciacquare la gogna con la violenza:
“Lu’! Oh, Lu’! Che è che vedo di fronte a me, Girasoli appassiti? Ma quale Isidoro! Non ci confondiamo forse con Giuda? Ringrazia di non essere una Maria d’Egitto, ché l’anima tua mi è stata raccomandata da una donna conosciuta da tutti. Le assomigli! Figurati se non le somigli, manigolda pusillanime. Giuda, sei un Giuda! Guai a te se domani notte non ti trovo nel campo! Un girasole appassito! Ringrazia che non ho una rivoltella!” – inveì il padrone, che subito scagliò verso la pece della strada il fiore, al quale dedicò un amorevole sputo, che non tardò a venire uniformemente spalmato dalla sua scarpa.
E come un pirata dopo una cannonata osserva il danno procurato alla nave nemica, la moltitudine indifferente della compagnia si limitava ad osservare con dolce stupore le guance rosee di Luna, saziando la sete di vendetta del sovrastante. L’unica persona che non si contentava della situazione era proprio Luna, che, affossata nell’imbarazzo e nell’umiliazione, modellò un pensiero che la sua anima non aveva mai concepito e pensò: “Per me non esiste più alcun campo, né tantomeno un lavoro.”
Alla fine, tale pensiero, dopo aver trionfato nella battaglia contro la coscienza, si liberò vincitore nell’aria: “Quel mio Sole si è infine spento”.
Luna era forse riuscita a liberare l’ultima sillaba, quando si avvertì dai campi uno sparo, quasi una cannonata. Il treno compatto della compagnia, avvolto nel panico, non tardò a rifugiarsi dietro al furgone, mentre Luna, al contrario rasserenata, coglieva da terra la reliquia del suo girasole mutilato.
Solo il padrone soffriva uno stato che esulava sia dal panico che dall’epifania, ossia quello che conduce l’uomo all’ultima delle sue morti. Così questi giaceva per terra, colpito sia nel corpo che nell’anima.
“Lu’, Lu’… saranno venuti per i tuoi pomodori.” – e qui tre colpi di tosse – “Disgraziata, carica il sacco di pomodori sul furgone, e poi carica me! Dobbiamo andare, ché mi sento di morire” – urlò il padrone, o almeno per lui, moribondo a terra, doveva essere parso così.
Infatti, Luna non lo aveva sentito, o almeno aveva finto di non sentirlo. Ella, come il leone che individua la propria zebra, prima puntò con i suoi avidi occhi le scale, e poi le raggiunse a corsa, non riuscendo ad opprimere quel sorriso che, ad ogni gradino, le andava illuminando il viso, finché, raggiunta la riva del mare, questo non raggiunse il suo solstizio.
Percorrendo con l’anima quell’interminabile mare che stava ammirando, Luna percepiva una nuova limpidezza nei suoi occhi e contemplò per ciò che era quel che fino ad allora aveva equivocato: la stella del Sole. Si fece cadere sulla rossa sabbia ardente, e finalmente si tolse la frangia da davanti agli occhi.
“Sole, io non ho mai vissuto davvero, né ho mai lavorato. La verità è che sono stata un girasole giallo, e come tutti gli altri che mi stavano intorno orbitavo attorno ad una realtà che avevo dipinto su una tela che prima o poi si sarebbe bucata, un Sole che non avevo mai compreso davvero. Sole, arbitro indifferente della mia sorte, che ti alzi presto al mattino illuminando la mia vita, al pari tuo deve concepirsi il lavoro, che deve strutturarsi come un’indifferenza solidale, un tornaconto che non sia governato da forze individualiste. Da oggi sarò un girasole nero e mi fonderò su un altro Sole, quello della mia anima, dei miei desideri, dei miei pensieri. Vivrò di un Sole che potrà riscaldarmi quando vorrò, ovvero vivrò del vero lavoro, che è la ricerca interessata di me stessa. Io prima mi sono detta Luna che riflette la luce, ma mi sono sbagliata: io sono Luna perché, come questa, mi scaglierò contro la Terra e la guarirò con la mia luce, che sarà il faro dei tempi più bui. Eternamente triste poeta, se non abbiamo mai vissuto, d’ora in poi vivrò e mi ricercherò nel lavoro, nel lavoro vero.”
Di questa storia sono circolate innumerevoli variazioni nel finale: alcune dipingono Luna in un futuro in cui, ricongiuntasi con Tristano, dirige assieme a lui un commercio di fiori di ginestra, di nasturzio e di garofano rosso; altre narrano che ella, terminato il proprio oracolo e raccolto un mucchietto di sabbia rossa, se lo stese sulla fronte. In ogni caso, il colore rosso finì per divenire il simbolo del lavoro per i primi conoscitori della storia di Luna, e così anche per i contemporanei, che tuttavia ne ignorano il motivo.
Il premio
Premio speciale MMAB, sezione B – maggiorenni
Premio letterario nazionale «Il pane e le rose» · MMAB, Comune di Montelupo Fiorentino ·
La giuria ha voluto dare un riconoscimento speciale a uno dei racconti scritti dagli autori montelupini in concorso.
Una prosa ricca e antica ci conduce all’interno di una storia dal sapore favolistico, alla scoperta della crudeltà del genere umano e dell’altra sua faccia, quella più ingenua e inflessibile nella sua onestà. Un confronto dualistico che richiama l’epopea classica e che riesce a mantenere comunque la centralità del tema del lavoro, inteso come rapporto sbilanciato a favore del padrone.